Motivati ad emigrare: “avventurieri” del passato e del presente.

Attraversare il mare, varcare una catena montuosa.

Mutano le terre d’origine, cambiano le traiettorie seguite. Restano le ragioni. O la ragione, potrebbe dirsi. Perché si emigra? Per quale motivo lasciare le persone ed i luoghi conosciuti cercando condizioni di vita migliori o semplicemente accettabili?                                       (di  Angelo Tino)

L’abbiamo appena detto. Condizioni di vita. Oggetto d’attenzione di primaria importanza per comprendere un minimo certi fenomeni, certi fatti comuni a tante singole vite, appartenenti alla stessa o a differenti generazioni.

Dal Baltico al Mediterraneo la figura dell’emigrante è storicamente ben nota.

A volte ciò potrebbe sfuggirci, presi  da “acute” osservazioni quotidiane sovente mirate a “valutare” fenomeni quali, ad esempio, la disoccupazione nei “Paesi ricchi”.

Nel concludere, sempre con “acume”, che tra le cause dei problemi economici e sociali ci sono gli immigrati, in quanto tali, dimentichiamo che, ancora pochi decenni fa,  “cambiar di domicilio” toccava anche agli odierni “benestanti”, e non di rado. Si pensi ai cittadini europei di oggi.

E’ di metà luglio la notizia di una delle ultime “tragedie mediterranee”.

I fatti ciascuno può leggerli da se

(http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/sbarchi-immigrati-1/gommone-lampedusa/gommone-lampedusa.html).

Raggiungere l’Europa.

A seconda delle aree di provenienza , vari sono i percorsi intrapresi.

Uno tra questi: attraversare il Mediterraneo.

Oggi, molte persone seguono le rotte del Mare Nostrum. Acque nostre, di chi vive intorno ad esse (su qualsiasi sponda) e di coloro che vi lasciano la vita. Questi ultimi, troppo spesso protagonisti del loro “viaggio della speranza”. Le condizioni di sicurezza appaiono chiaramente intuibili dalla frequenza degli incidenti che si susseguono e dai relativi costi in termini di vite umane. Non dimentichiamo, poi, che si arriva a destinazione da clandestini. Un articolo pubblicato sulla Repubblica.it del 16-07-2008 potrebbe dare un’idea in merito al bilancio di alcuni tragici episodi

(http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/cronaca/sbarchi-immigrati/scheda-sicilia/scheda-sicilia.html).

Rispetto a buona parte dei viaggi compiuti tra Ottocento e Novecento da emigranti europei, la precarietà dei citati imbarchi è ben più grave. Ed è eloquente, se ci si domanda cosa possa convincere ad affrontare tali rischi, considerando almeno i casi in cui ve ne sia consapevolezza.

Dopo il secondo conflitto mondiale tra gli italiani si diffonde nuovamente la prospettiva di andare all’estero, verso altri paesi europei oppure oltre i limiti del Continente.

Una delle ipotesi: varcare le Alpi.

In dipartimenti diversi della Francia, braccia italiane vengono impiegate nelle miniere (nella parte nord, come nel confinante Belgio), nell’edilizia, nell’industria, nell’agricoltura.

Molti, in particolare nell’immediato dopoguerra, anche prima della firma di nuovi accordi italo-francesi, passano la frontiera da clandestini. Alexis Spire ci ricorda che : «Dès le second semestre de 1945, tandis que la nouvelle législation sur l’entrée et le séjour est encore en préparation, le mouvement d’émigration reprend: un grand nombre d’Italiens arrivent en France clandestinement par les cols alpestres et tentent de trouver à s’embaucher dans les départements du Sud-Est, renouant ainsi avec des pratiques anciennes de l’immigration italienne»[1].

Nelle poche righe di un articolo, una semplice considerazione. Date le evidenti differenze legate al retroterra socio-economico di provenienza ed al passare di alcuni decenni, sono così distanti le motivazioni che contribuiscono a fare gli emigranti di ieri e quelli di oggi? Condizioni di vita. Così diverse, ma comunque determinanti per la partenza.

Manca un’immagine sufficientemente chiara del contesto d’origine di questi “avventurieri” del passato e del presente. Anzi, spesso non vi è alcun serio tentativo di capire e spiegare da dove provengano. Diviene così pressoché impossibile capire perché partano.

Deficit presente nell’informazione, nello studio, nella formazione culturale, quindi, nella coscienza singola e collettiva. Deficit proprio della realtà sociale e della politica dei paesi ad economia occidentale.

Direi che raccontare le azioni delle donne e degli uomini sia anche descriverne le motivazioni.

 

 

Angelo Tino

 

[1] Alexis Spire, Un régime dérogatoire pour une immigration convoitée. Les politiques française et italienne d’immigration/émigration, in Les Italiens en France depuis 1945, sous la direction de Marie-Claude Blanc-Chaléard, Presses universitaires de Rennes, Génériques, Paris 2003, pag. 46.


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