Una triste stagione per la cultura italiana.

 

Estate 2008. Prende il via l’attacco decisivo alla pubblica istruzione.

Ebbe inizio con un decreto (112/2008) in giugno, poi convertito in legge (133/2008) nel mese di agosto.

Si trattava di atti così, irritanti ed al tempo stesso disarmanti, potendo quasi apparire frutto d’ingenuità. Poiché risulta quasi difficile credere che qualcuno ritenga conciliabile la crescita sociale ed economica di un paese con il taglio di risorse alla formazione.                                          (di  Angelo Tino)

Sembrava quasi ci fosse un parallelismo tra legislazione e mesi dell’anno. L’estate, stagione di leggerezza e qualche passo fatto all’apparenza semplicemente, come per gioco, senza riflettere sulle dannose conseguenze.

Ma guardando con più attenzione i provvedimenti in questione?

Quando si arriva a permettere la trasformazione di università pubbliche in fondazioni di diritto privato.

Quando in questa operazione si concede il trasferimento di ciò che è dell’ente pubblico a quello privato senza alcuna spesa o imposta.

Quando si lasciano le università, bene della collettività, in condizioni finanziarie tali da far seriamente correre il rischio di cadere in patrimoni privati.

Quando, a conclusione della “bella stagione”, si aggiunge un provvedimento (137/2008, “legge Gelmini”) che, con i fondi per le scuole, di queste riduce le potenzialità formative, ad esempio ritornando al maestro unico.

In tali circostanze, forse, il sospetto che si tratti di semplicismo e non di momentanea semplicità, di malizia e non solo d’ingenuità, può legittimamente sorgere.

L’incompetenza e l’attenzione ad interessi tutt’altro che collettivi, proprie delle politiche in atto ci accompagna in un autunno di triste decadenza della cultura italiana.

Tutto ciò non deve far dimenticare che altri problemi affliggevano ed affliggono il mondo della pubblica istruzione. In particolare quell’università troppo colpita dall’uso spregiudicato e privatistico che tanti dirigenti e docenti ne fanno, a mo’ di “baroni”.

Va da sé che la trasformazione in fondazioni non risolverebbe tali questioni.

Tra i risultati ci sarebbero lo scoraggiamento e la penalizzazione di chi svolge con impegno e correttezza il lavoro di ricerca e d’insegnamento, l’adattamento di percorsi formativi e tasse a decisioni ed interessi privati. Quasi superfluo rilevare come molti non potrebbero permettersi di pagare rette universitarie facilmente elevabili e come i saperi (in particolare quelli umanistici) risulterebbero penalizzati dal molto probabile asservimento al profitto di chi li controlla.

Concludo ricordando e sottolineando la possibilità che nelle scuole si vengano a formare classi differenziate, propedeutiche a quelle ordinarie, per alunni stranieri non ancora pienamente padroni della lingua italiana. Modo a dir poco bizzarro e discutibile per favorire l’integrazione, nonché lo stesso apprendimento del nuovo idioma.

 

Angelo Tino

So di aver espresso in maniera netta il mio pensiero. Non pretendo di avvicinare con sole parole il consenso di chi legge e ritengo che ciascuno debba farsi direttamente una propria opinione.

Mi pare, dunque, corretto indicare alcune utili fonti informative:

 

http://www.parlamento.it/leggi/elelenum.htm  (vedi Periodo di promulgazione Agosto 2008)  (legge 133/2008)

 

http://www.parlamento.it/leggi/decreti/08137d.htm            (decreto-legge 137/2008)

 

http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-1/scheda-leggi/scheda-leggi.html

 

http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/palermo-parentopoli/palermo-parentopoli/palermo-parentopoli.html

 

 

 

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