Italia repubblicana e ripresa dell’emigrazione.

 

«La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori. Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro. Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano all’estero»[1].

Sarà, probabilmente, già a tutti noto l’Articolo 35 della Costituzione italiana, in vigore dal 1° gennaio del 1948.                          (di  Angelo Tino)

Prestiamo ulteriore attenzione al quarto ed ultimo comma. Lasciamo, in tal caso, da parte la tutela -più o meno effettiva- del «lavoro italiano all’estero» e concentriamoci sulla «libertà di emigrazione». La Carta costituzionale prende formalmente atto di una realtà che è sostanziale a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Nulla di nuovo. Non è sufficiente un secolo a circoscrivere la vicenda di milioni di Italiani che espatriano per ragioni economiche, al fine di trovare condizioni di vita discrete e sfuggire agli stenti quotidiani.

Dopo il secondo conflitto mondiale, la Penisola rispolvera bagagli da emigrante che già aveva in casa propria, solo lasciati un po’ in soffitta dal regime fascista. Consideriamo che, nell’immediato dopoguerra, si riprende ad attraversare le Alpi in direzione della Francia, molto spesso clandestinamente. Ciò prima che tra Roma e Parigi vengano firmati nuovi accordi in materia e prima che in Italia si decida se mantenere un trono dallo scarso prestigio o passare alla Repubblica.

Dalla formula costituzionale di riconoscimento della «libertà di emigrazione» tende a svelarsi un’opzione politica, l’individuazione di un modo per rispondere a problemi quali la disoccupazione. Questa, oltre a dispensare serie difficoltà di sopravvivenza tra coloro che ne sono colpiti, può diffondere sfiducia ed accentuare la conflittualità sociale, diventando alquanto scomoda per la classe dirigente, politica ed economica.

Antonio Bechelloni spiega come il Ministero per la Costituente affidi «à la Commissione per lo studio dei problemi del lavoro, formée en janvier 1946, un examen approfondi des questions migratoires». Ne risulterebbe «un consensus quant au caractère inévitable du recours à l’émigration compte tenu de l’importance du chômage et du déséquilibre que la plupart des intervenants ont tendance à considérer comme permanent entre la population et les ressources du pays, tant en matières premières qu’en capitaux»[2]. Ci sembra opportuno notare come, in tali casi, andrebbe valutato il peso che una distribuzione iniqua delle risorse economiche tra le diverse fasce sociali può avere. Sottolineiamo che si tratta di un appunto il cui tono polemico non intendiamo nascondere.

Dopo il ’45 dallo Stivale riprendono le partenze dovute a ragioni principalmente economiche. Tale processo trova, in linea generale, l’appoggio attivo dell’establishment. Si pensi -a titolo d’esempio- che, tra il 1947 ed il 1949, si discute per la creazione di un’unione doganale italo-francese (progetto poi non realizzato) e che per Roma un punto centrale sta proprio nella possibilità di inviare lavoratori oltralpe. Vengono, poi, firmati accordi bilaterali con i governi di altri paesi[3]. Inquadrare i flussi migratori può garantire agli emigranti delle garanzie in più. Non dimentichiamo, però, l’intento di affermare gli interessi delle parti in causa. Non facciamo, di certo, riferimento solo a coloro che partono. Per essere più chiari: il paese d’immigrazione cerca di soddisfare al meglio le proprie necessità di manodopera, soprattutto in relazione alla quantità di braccia richieste ed ai settori produttivi verso cui indirizzare i lavoratori in arrivo; il paese di provenienza degli emigranti sarà interessato a non mandare all’estero molte persone qualificate e ad ottenere le maggiori entrate in termini di rimesse e di altre contropartite economicamente rilevanti[4].

L’emigrazione è elemento integrante della maggior parte della storia unitaria ed è ben presente nella formazione dell’Italia repubblicana. Dalla Penisola, dopo l’ultimo conflitto mondiale, si riprende a partire. Prima della formale caduta monarchica, ha inizio un nuovo periodo durante il quale molti vanno via dal Bel Paese. Le ragioni sono economiche, decisamente concrete, chiaramente simili a quelle che portano a lasciare, negli stessi anni, altri contesti. Si pensi a diverse aree dell’Europa meridionale o del settentrione africano. Solo in seguito lo Stivale inizia a trasformarsi in un’area di arrivo. «Al termine di tale ciclo, nella prima metà degli anni settanta, l’Italia cessa per la prima volta nella sua storia unitaria di essere luogo di emigrazione, e inizia a ricevere immigrati da altri paesi»[5]. Quest’ultimo elemento, tra l’altro, acquista evidenza in tempi ancora più recenti.

Concludiamo dicendo che «l’emigrazione ha portato all’estero quasi 27 milioni di italiani tra il 1876 (anno della prima rilevazione ufficiale degli espatriati e il 1988 (anno in cui si era praticamente esaurita». Tra gli 11 ed i 13 milioni sarebbero i Peninsulari rientrati nello Stivale. Alcuni subito, perché rimandati indietro dalle autorità del paese d’arrivo, altri in seguito, per ragioni diverse (delusione, insoddisfazione economica o professionale, desiderio di tornare sulla terra d’origine). «Pertanto, il saldo al netto di coloro che sono tornati è stato all’incirca di 12-14 milioni». Ciò in relazione ad «un paese che al 1871 contava poco meno di 27 milioni di abitanti e al 1991 poco meno di 57»[6].

 

 

Angelo Tino

[1] Costituzione della Repubblica italiana, Parte I (Diritti e doveri dei cittadini), Titolo III (Rapporti economici), Articolo 35.

[2] A. Bechelloni, Le choix de la destination française vu du côté italien, in Les Italiens en France depuis 1945, sous la direction de Marie-Claude Blanc-Chaléard, Presses universitaires de Rennes, 2003, p. 33.

[3] Si pensi all’accordo -in tema di emigrazione- firmato il 21 marzo 1947 da Francia ed Italia. Documenti intergovernativi in materia non rappresentano, in ogni caso, una novità del secondo dopoguerra. Roma e Parigi, ad esempio, ne siglano uno nel 1919.

[4] Un eloquente esempio di contropartita  può essere fornito dalla clausola dello scambio tra manodopera e quantità di carbone, presente -pur non essendo una novità-  nel protocollo del 2 aprile 1947 riguardante l’emigrazione in Francia di lavoratori italiani per le miniere e la fornitura di carbone all’Italia. Per ciò che attiene alle rimesse, è chiaro che se un emigrante guadagna abbastanza bene ed ha la possibilità -anche in base ad accordi presi tra i governi interessati- di inviare una percentuale rilevante del denaro nel paese d’origine, quest’ultimo ne trarrà benefici in termini di risorse economiche.

[5] F. Romero, L’emigrazione operaia in Europa (1948-1973), in Storia dell’emigrazione italiana, a cura di P. Bevilacqua, A. De Clementi e E. Franzina, Volume I, Partenze, Donzelli, Roma, p. 397.

[6] A. Golini e F. Amato, Uno sguardo a un secolo e mezzo di emigrazione italiana, in Storia dell’emigrazione italiana, a cura di P. Bevilacqua, A. De Clementi e E. Franzina, Volume I, Partenze, Donzelli, Roma, p. 48.


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