BAMBINI SOLDATO: UN CRIMINE DI GUERRA…

Un ragazzo ha provato a sfuggire ai ribelli, ma è stato preso… gli hanno legato le mani e hanno costretto noi, altri prigionieri, ad ucciderlo a colpi di bastone. Ne ho sofferto molto. Lo conoscevo. Venivamo dallo stesso villaggio. Mi sono rifiutato di ucciderlo e mi hanno detto che mi avrebbero fucilato. Hanno puntato la loro arma su di me, ero dunque obbligato a farlo. Il ragazzo mi ha chiesto: “perché lo fai?”. Gli ho risposto che non avevo altra scelta. Dopo averlo ucciso, ci hanno fatto cospargere le nostre braccia con il suo sangue. Ci hanno detto che dovevamo farlo, per non avere paura della morte, o voglia di fuggire. Continuo ad avere gli incubi, sogno il ragazzo del mio villaggio che io ho ucciso. Mi parla e mi dice che l’ho ucciso senza alcuna ragione e piango…”                   (di  Alessandro Falbo)

Queste sono le parole di Susan, una ragazza di 6 anni, rapita in Uganda dall’Esercito di Resistenza del Signore e costretta a combattere.

Oggi, in tutto il mondo si contano circa 300 mila bambini-soldato arruolati e costretti a prendere parte ad ostilità. Si tratta di un fenomeno antico, che solo a partire dagli anni ‘90 ha ricevuto l’attenzione necessaria.

Quando si parla di bambini-soldato spesso ci si riferisce esclusivamente a bambini combattenti dimenticando il gran numero di minori che vengono sfruttati come cuochi, messaggeri, spie, guardie del corpo, portatori di armi, o ancora nella posa di mine e in attività di sminamento. Il fenomeno non riguarda solo bambini di sesso maschile ma anche bambine, che oltre a svolgere gli stessi ruoli dei loro coetanei sono spesso sottoposte ad abusi sessuali, a prostituzione e a matrimoni forzati con i capi militari.

La maggioranza di loro ha tra i 15 e i 18 anni ma alcuni hanno anche soltanto 10 anni e la tendenza va verso un abbassamento dell’età di reclutamento.

Ma come vengono arruolati questi bambini/e? Perché? E soprattutto cosa è stato fatto per tentare di porre fine ad un simile flagello?

Quanto alla prima questione possiamo affermare come i bambini e le bambine siano spesso sottoposti a coscrizione obbligatoria, anche se vi sono casi in cui sono i genitori a consegnare i propri figli alle forze o ai gruppi armati nella convinzione che lì possano ricevere un pasto sicuro, dei vestiti, delle cure mediche. In periodo di guerra, pensano si sia più sicuri con un’arma in mano. Esiste inoltre, la possibilità di arruolamenti “volontari”. Ma è davvero il caso di utilizzare tale termine? Pensiamo alle circostanze di fondo che possono spingere un bambino o una bambina ad unirsi ai militari: fame, miseria, violenze domestiche, desiderio di vendetta per l’uccisione dei propri genitori da parte di un gruppo armato nemico, desiderio di potere – laddove si considera un militare come un eroe – indottrinamento politico e religioso che spinge alla lotta armata o al martirio. Si può ben vedere, dunque, come di spontaneo ci sia ben poco, anche se ci sono, certo, situazioni di arruolamento genuinamente volontario.

L’altro quesito è perché si fa ricorso ai minori nei conflitti armati. Le guerre odierne sono sempre più guerre infrastatali, guerre mosse da motivi prettamente economici e quindi aggravate da diatribe etniche o religiose. Nell’ambito di tali conflitti pesa sempre di più l’impiego di armi cosiddette “leggere”, armi non molto sofisticate che possono essere adoperate facilmente anche da un bambino. La loro diffusione, oltre a causare centinaia di migliaia di vittime ogni anno, crea un clima di insicurezza e instabilità anche dopo i conflitti, impedendo la riaperture delle scuole o degli ospedali, ossia il ritorno ad una parvenza di “normalità”.

Spesso i capi militari hanno esaltato le qualità di ubbidienza e fedeltà delle piccole reclute ed è proprio ciò che incide sul loro reclutamento. I bambini non chiedono laute ricompense per la loro attività, raramente disertano – per paura delle conseguenze che potrebbero derivarne – eseguono esattamente gli ordini senza obiezioni.

Oggi esiste un consenso crescente contro l’impiego dei bambini-soldato e il diritto internazionale offre loro una tutela grazie alle norme del diritto umanitario e alle ben più articolate disposizioni di alcune Convenzioni internazionali che hanno visto la luce negli ultimi anni. Dopo la Convenzione sui diritti dell’infanzia del 1989 il Protocollo ad essa opzionale sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati, adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 25 maggio 2000, ha innalzato l’età minima per la partecipazione diretta alle ostilità da 15 a 18 anni, vietato l’arruolamento forzato di tutti i bambini sotto i 18 anni e sollecitato i Governi a innalzare l’età minima dell’arruolamento volontario. Nonché, in caso di gruppi armati non governativi, il trattato ha proibito qualsiasi tipo di arruolamento, volontario o coercitivo. Il passo più importante è quello dello Statuto della Corte penale internazionale che, nel suo articolo 8 riconosce tra i crimini di guerra la “coscrizione e l’arruolamento di bambini sotto i 15 anni nelle forze armate nazionali o il loro impiego per partecipare attivamente alle ostilità” in conflitti armati tanto internazionali quanto interni. Lo stessa statuto prevede una responsabilità doppia, in capo agli Stati e ai gruppi armati – in questo caso non di natura penale – e in capo ai singoli responsabili dell’arruolamento.

A tal proposito dovremmo ricordare il caso di Thomas Lubanga Dyilo, capo del FPLC (Forces Patriotiques pour la Libération du Congo), primo ad essere trattato dalla Corte penale internazionale. Lubanga è accusato di aver commesso crimini di guerra consistenti nella coscrizione e nell’arruolamento forzato di minori di 15 anni e di averli costretti a prendere parte ad ostilità prima internazionali e poi interne.

Si tratta di uno dei primi processi, di carattere internazionale, legato al reclutamento, all’arruolamento e all’utilizzo di bambini in un conflitto armato. Un passo in avanti per consolidare la prassi della tutela dell’infanzia con strumenti sempre più concreti e vincolanti, nonché un progresso per la credibilità dell’azione della stessa Corte.

Non molto tempo fa l’infanzia ricopriva un ruolo marginale nelle elaborazioni giuridiche, essendo ancora lontana l’idea che la persona-bambino potesse essere titolare di veri e propri diritti umani. Ai bambini si faceva riferimento esclusivamente come destinatari di tutela da parte degli adulti, in ragione della loro “immaturità fisica e intellettuale”. Oggi i bambini sono considerati soggetti titolari di diritti propri dei quali gli Stati, nell’assunzione dei loro obblighi, devono tenere conto al fine di realizzare l’“interesse superiore del bambino”.

Molti sono stati gli interventi sperimentati in questi ultimi anni per porre fine alla piaga del reclutamento e permettere alle vittime di essere smobilitate, riabilitate e reintegrate nella società civile. L’impegno è arrivato da più parti: Nazioni Unite, Governi, Organizzazioni non governative hanno dato vita ad attività di recupero. In particolar modo, l’ONU ha adottato ripetutamente strumenti direttivi, misure deterrenti, a volte anche coercitive, nei confronti di governi o gruppi responsabili del reclutamento e dell’arruolamento dei bambini.

Spesso però, gli strumenti giuridici internazionali, se da un lato hanno contribuito ad affrontare il problema della partecipazione dei minori ai conflitti, dall’altro si sono rivelati inefficaci; spesso i mezzi di controllo sono stati impiegati in maniera troppo blanda, mentre gli Stati hanno mostrato un certo imbarazzo in merito alla tematica, allo stesso modo interessi economici e politici hanno prevalso sulla tutela dei diritti umani e in particolar modo su quella dei minori; in diverse circostanze le delegazioni degli Stati, nell’ambito dell’adozione degli accordi hanno mostrato una certa renitenza a definire in maniera netta i parametri di tutela dei minori.

Finché gli interessi economici, politici, militari saranno prioritari nell’agenda politica degli Stati, ci saranno sempre bambini da arruolare o costretti a combattere.

L’infanzia è la base sulla quale poggiano le speranze del mondo del futuro. Più volte il mondo ha dimostrato di saper compiere grandi imprese quando mosso da una reale volontà di cambiamento.

La sfida più grande sarà quella di creare una cultura della pace, che impedisca o che addirittura non prenda più in considerazione la possibilità di procedere al reclutamento di bambini, dando loro la possibilità di crescere in un mondo non più fatto di violenze, di crescere lontano da omicidi, rapimenti, terrore.

La strada è ancora lunga e tortuosa, ma così come sono stati  fatti dei grandi passi in avanti, bisognerà compiere adesso uno sforzo maggiore affinché gli impegni presi non rimangano un’opera priva di significato.

Alessandro Falbo

(laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”)

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