Fine giugno…intorno a Bruxelles, un mercato…

Una domenica. Al mattino. Ci si può svegliare, fare una doccia, vestirsi alla meglio, senza pensar troppo a ciò che si indossa. Discendere le scale di un’abitazione a tre piani e fare una sommaria colazione, magari incrociando una coinquilina che non avevi ancora conosciuto e scambiando due parole con lei. Ancora in francese. Chiaro. E ti dici che, forse, avere francofoni intorno è parte del tuo destino. Ma poi ti ricordi che non credi al destino e, tra l’altro, parlare in altre lingue ti piace. Senza perdere il tuo accento, evidentemente italiano e del quale – diciamocela tutta – sei anche soddisfatto.  Perché essere italiano va bene. E’ stare in Italia che è un problema.

Ma è domenica. Metà mattinata. Fuori c’è il sole. L’aria è tiepida. 24 gradi, 25? Accarezzati da una brezza leggera, piacevole. Troppo per restare all’interno di un’abitazione. Restare a riflettere. A pensare ad una Penisola ferma, ad una società immobile, adagiata sulla propria rassegnazione e sulla difesa falsamente critica dei soliti interessi. Meglio uscire. Così. Fare una passeggiata. Camminare, senza una direzione precisa e qualcosa da fare. Camminare senza un fine. Una delle cose che non si ha più il tempo e l’abitudine di fare. Per le quali ci si guadagna facilmente l’appellativo di “perditempo”. Si. Proprio così. Ed è adorabile. Adorabile, “perdere tempo” in questo modo. Soprattutto considerato che….tutti “perdono” il tempo. Perché il tempo trascorre, passa e nessuno può trattenerlo.

Dunque ci si trova ad aprire la porta, in una mattinata domenicale di fine giugno. Magari, in un comune intorno a Bruxelles. Una zona residenziale e tranquilla. Silenziosa e dalle evidenti tonalità middle-class. Costruzioni di tre, quattro piani in media. E’ domenica. C’è poco traffico. E si può camminare anche in mezzo alla strada. Cosa che può dar sollievo a chi patisce una “naturale claustrofobia” da tram-tram cittadino. Ma è domenica e le automobili sono più rare, lasciano dello spazio, del quale meglio approfittare.

E’ il 27 di giugno. Alcune vie del comune di Uccle/Ukkel – sud di Bruxelles – sono popolate da un numero rilevante di commercianti e da una folta schiera di persone. Persone di origini e lingue differenti. Persone che passeggiano, conversano, osservano le mercanzie esposte, domandano prezzi su cui, eventualmente, trattare. Detta così, non sembrerebbe nulla di troppo particolare. E, magari, non lo è. Un mercato. Un usuale mercato di “quartiere”. Mi fermo a parlare con qualcuno. Chiedo notizie. Di cosa si tratta? Un evento settimanale, forse? No. A quanto pare, l’evento ha cadenza annuale. Ma la cosa più interessante è che i protagonisti della fiera non sono per forza di cose mercanti di professione. Anzi, per la gran parte, non lo sono. Per presentare l’evento, si utilizzano i nomi di Bascule e di Brocante. Chi intende vendere dei prodotti può farlo. A quanto pare, si paga un posto – un pezzetto di strada – al comune e si entra tra le fila dei “venditori della giornata”. Il risultato è quello di un mercato dove è possibile trovare un po’ di tutto: capi di abbigliamento, utensili per la casa, dischi vecchi e nuovi, un ferro da stiro, una macchina da scrivere, giocattoli, pietanze. Cose, molto spesso, usate, appartenute a chi le vende. Piccoli tratti di vita. Oggetti, molte volte, con un loro passato. Che entrano a far parte della quotidianità di altre persone. Sempre che la vendita riesca, chiaro. E’ bizzarro ed, allo stesso tempo, interessante. Per un giorno, ci si può improvvisare ambulanti, proponendo ad altri delle merci, una volta, scelte per sé. Anche un modo per mettere in gioco i propri gusti, no? In ogni caso, un apprezzabile momento di vita sociale. C’è chi è qui per liberare spazio a casa, chi cerca di far acquisti a buon mercato, chi di vender qualcosa per arrotondare. I “mercanti del giorno” sono, molte volte, conoscenti o amici dei potenziali acquirenti. Ciò contribuisce a creare un’atmosfera più….”comunitaria”, per così dire. Un po’ come se i membri di uno stesso villaggio si riunissero per “cedere” ad altri alcuni propri beni. Chiaramente, dietro compenso di tipo monetario.

Si tratta di momenti dall’importanza non trascurabile in un dispersivo contesto urbano, in grado di riportare, per breve tempo, a dimensioni più “familiari” la realtà quotidiana.

Angelo Tino

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