Camminando: impressioni sulla capitale belga.

Belgio. Le ultime elezioni svelano la fragilità di uno stato. Fragilità comunitaria ed istituzionale. Una divisione linguistica che scarsamente cela ragioni di stampo pragmatico ed economico. Sovente oggetto di discussione, il futuro del Paese ha, negli ultimi tempi, acquisito una notorietà non troppo invidiabile. Nella lunga e complessa costruzione europea, di certo, non un esempio di compattezza.

Ma Bruxelles sembra qualcosa di diverso. La capitale non è il Belgio. Andare dal sud verso il centro della città. In pubblico trasporto. Scendere ad Art-Loi / Kunst-Wet, ad esempio. Nome della fermata in due lingue. Dunque? Una città divisa? Separata da una tensione continua? Per nulla.                  (di  Angelo Tino)

In metro i volti si susseguono. Gli sguardi. Occhi e tratti differenti. Sedersi di fronte ad una giovane donna. Carnagione colorita. Un filo di trucco, occhiali di produzione occidentale ed un velo. Un leggero sorriso. Viso rilassato. Di fianco a lei, un ragazzo biondo, occhi chiari. Parla l’inglese con quelli che, con lui, sono in giro per la città. Magari, solo per qualche giorno.

E’ ora di alzarsi. La prossima è la mia. L’annuncio della tipica voce mi avverte. Sempre bilingue. Prima di scendere, passo davanti ad una ragazza dai lineamenti orientali. Ha con sé una bicicletta. Trascorro qualche istante tra giovani di colore. Con musica ad influenze africane in sottofondo. Uno dei loro apparecchi.

E’ la mia fermata. Ho deciso di fare un giro, verso il quartiere europeo. Passeggiando, inizia ad alzarsi un vento. Sempre più forte. L’aria resta tiepida. Il vento si calma. Il cielo è attraversato da chiaroscuri. E’ inizio settimana. Pomeriggio inoltrato. Gli uffici cominciano a svuotarsi. Una coppia originaria, probabilmente, della penisola indiana. Chiedo scusa, percorrendo il marciapiede più rapidamente di loro. Voltandomi, noto l’abito femminile. Le tonalità rosee ed arancioni dei tessuti, sulla pelle scura. Attraverso persone che conversano. In lingue differenti. Percepisco espressioni in francese e tedesco. Parole di origine asiatica. Mi sposto. Riprendo avenue des Arts, poi verso il centro. La Grande Place risulta tranquilla. Meno affollata  del week end, certo. Qualcuno è sdraiato nel mezzo. Oppure seduto ai bordi. Ad attendere il ritorno dei raggi solari. Iniziano ad intravedersi. Tira ancora del vento. Terrò il giubbotto ancora per un po’. Mi dirigo verso Louise o Louiza, se si preferisce. Tira ancora un po’ di vento, anche se il cielo inizia a schiarirsi e fa, in ogni caso, abbastanza caldo. Decisamente abbastanza per questa parte d’Europa, anche se è luglio. In ogni caso, a dar colore alle vie di questa città è il viso, ogni volta differente, di chi la percorre, abitualmente o solo en passant. Le frasi dette da una bambina di origine ispanica a genitori che preferiscono insegnarle anche la lingua d’origine. Nomi italiani, greci, orientali sulle insegne di ristoranti ed altre attività. Sulle targhe di associazioni professionali e rappresentanze di vario tipo. Persone giunte qui perché Bruxelles si è trovata ad esser la sede principale dell’Europa in costruzione. Persone giunte dai più diversi luoghi del Vecchio continente e del Mondo. Altre, da ben più vicino. Magari figli e nipoti di immigrati in altre parti del Belgio durante decenni passati. Arrivati per sfuggire alla miseria e, troppo spesso, uccisi da una miniera. Magari, figli e nipoti di Belgi, passati o meno che siano tra polveri e carbone.

Bruxelles, comunque, sembra qualcosa di esterno, di diverso. Di distaccato, in parte. Rispetto al Belgio. Rispetto ad aree come quella che un tempo corrispondeva al pays noir (zona carbonifera). La pluralità culturale ed etnica che caratterizza questa città le dà, al tempo stesso, vita. Alla sua stessa quotidianità le tendenze di stampo separatistico che attraversano l’attuale politica belga appaiono  per nulla affini.

La sua vera ricchezza è in una vita sociale composita e poliedrica. Nel suo essere una città europea ed internazionale.

Angelo Tino



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