La situazione si complica, ma l’Europa rimanda decisioni importanti.

La borsa di Milano chiude a -2,72%, quella di Francoforte a -2,98. Londra e Parigi si lasciano alle spalle, rispettivamente, il 2,58 ed il 2,61%. La capitale ellenica, su cui gli occhi dell’Europa sono puntati, perde il 6,28%. Questo è lo scenario che circonda il Vecchio continente il 4 di ottobre. Un paesaggio economico caratterizzato da un forte calo delle vendite nel settore automobilistico e da banche in serie difficoltà dovute, soprattutto, al possesso di titoli di stato non sicuri.

Tra i protagonisti meno fortunati il gruppo franco-belga Dexia, che guadagna spazio su giornali e media perdendo oltre il 30% in due giorni e rischia oltre 21 miliardi a causa di investimenti in government bonds di paesi come Grecia, Italia, Irlanda, Portogallo, Spagna. I problemi strutturali del gruppo – a quanto sembra – non consentirebbero, per adesso, di escludere l’ipotesi di un suo smantellamento.                  (di  Angelo Tino)

La Penisola, dal canto suo, vede il proprio debito sovrano declassato (da un rating Aa2 ad A2). Autrice di questo “colpo” a Roma è l’agenzia Moody’s, la quale parla di «sostenuto aumento della suscettibilità del Paese di fronte agli shock finanziari», dovuto «in parte ai rischi derivanti dalle incertezze economiche e politiche» italiane, in parte al calo delle «prospettive globali» di crescita economica e della fiducia nelle emissioni di debito dei paesi della zona euro.

La crisi del debito, insomma, attraversa le Alpi e si traduce in una serie di contraccolpi a settori importanti dell’economia dell’Unione.

Cosa pensa di fare l’Unione europea? Sarà spettatrice o regista in questo momento di certo non roseo? Lunedì scorso i 17 ministri delle finanze della zona euro si sono riuniti in Lussemburgo, dando vita ad un meeting durato fino a tarda serata ma dai risultati non del tutto soddisfacenti. Se da un lato, infatti, è stato raggiunto un accordo sulle garanzie collaterali che Helsinki ha richiesto in cambio dei nuovi aiuti alla Grecia, è proprio sul versamento di questi ultimi che la decisione è stata rinviata.

E’ su un tema cruciale, dunque, che in Eurolandia non si arriva ad un punto fermo. Ciò mentre Atene confessa l’incapacità di rispettare gli obiettivi di bilancio per l’anno in corso e dichiara, per il 2012, una serie di difficili misure che porterebbero ad un avanzo primario di oltre 3 miliardi. Difficile dire se tali obiettivi siano realizzabili, considerando che ci si aspetta un passaggio del debito greco dal 162% del PIL nel 2011 a circa il 173% nel 2012 e che le misure di austerità adottate fino ad ora rendono difficile far leva sul gettito fiscale.

In ogni caso, alla Repubblica ellenica sono richiesti sforzi maggiori: da Jean Claude Junker (che presiede i meeting dell’Eurogruppo) alla troika (FMI, BCE, UE) giungono richieste di più rapide privatizzazioni e di riduzioni dei minimi salariali (attraverso revisioni dei contratti collettivi). A questo punto, leggere tali “suggerimenti” come delle condizioni per la concessione della prossima tranche di aiuti (8 miliardi di euro) potrebbe essere logico. Dovrebbe, però, esserlo anche chiedersi se in tali condizioni sia possibile una ripresa della crescita economica greca, centrale per rimettere a posto il bilancio.

Durante il rendez-vous lussemburghese, un’uscita di Atene dall’euro è stata esclusa, ma la Grecia è stata lasciata, di fatto, nell’incertezza. Si è anche discusso di come implementare l’efficacia dell’EFSF (European Financial Stability Facility), ma senza concrete conclusioni.

Se nell’attuale vento di crisi l’Unione europea vorrà essere regista o spettatrice lo si vedrà nelle prossime settimane. Nel primo caso, dovrà agire in maniera coesa, optando per una condivisione dei sacrifici ed un sostegno agli stati membri in difficoltà che non metta questi ultimi in condizione di minare i diritti dei lavoratori e le possibilità di crescita in cambio di aiuti adesso necessari. Nel secondo caso, saremo ancora una volta di fronte ad un’Europa dalle varie capitali regnanti, concentrate sulle questioni – economiche ma anche elettorali – di casa propria e prive di una visione di ampio respiro. Di quel realismo che mostra come, nel contemporaneo contesto globale, l’unità del Vecchio continente sia un punto chiave della sua importanza in quanto attore internazionale.

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