Investimenti internazionali alla conquista di terra.

Di seguito, la versione italiana di un articolo pubblicato su «Internal Voices» lo scorso 27 di febbraio (International investments and the conquest of land). Si tratta di una traduzione realizzata dall’autore medesimo. Rispetto al testo in inglese, vi è una differenza di forma nelle prime sei o sette righe / In succession, you will be able to find the Italian version of an article published on Internal Voices on February 27 (“International investments and the conquest of land”).  It is a translation from English into Italian made by the author himself. Compared with the English text, there is a difference in the form concerning the first six or seven lines.

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Investimenti internazionali alla conquista di terra

Ad inizio agosto 2013, «La Stampa» ha pubblicato un articolo sul fenomeno noto come land grabbing. Questo termine fa riferimento ad una pratica attraverso la quale, nelle economie meno avanzate del mondo, vasti spazi agricoli attirano l’attenzione di investitori pubblici e privati da paesi più ricchi, intenti a sfruttare ampi spazi di suolo per produrre cibo ed ottenere biocarburanti. Molti paesi hanno ottenuto un particolare successo in questa forma di business, incluso Stati Uniti, Malesia, Emirati Arabi Uniti, India, Gran Bretagna, Singapore, Arabia Saudita, Cina, Corea del Sud, Egitto, Giappone.

In base ad un lavoro pubblicato da «Limesonline», il land grabbing è una pratica cresciuta significativamente nell’ultimo decennio, per lo più stimolata dall’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli (soprattutto cereali) verificatosi tra il 2007 ed il 2008. Ciò è stato causato da una combinazione di fattori, come clima avverso, quantità ridotta dei raccolti e ridotte reserve di prodotti in alcuni stati. Ne è emersa una “lotta per le risorse” in cui governi e multinazionali di una vasta gamma di paesi – economie avanzate, stati emergenti ed importatori di beni agricoli – hanno iniziato a competere per la terra, al fine di assicurare la disponibilità di prodotti agricoli ai mercati interni o di realizzare remunerative speculazioni.

Tra il 2000 e l’inizio del 2012 sono stati conclusi più di 1.200 contratti riguardanti circa 83 milioni di ettari di terra, destinati ad uno sfruttamento agricolo su grande scala. Parte consistente di questo terreno si trova in Africa, ad esempio in Sudan, Tanzania, Etiopia e Repubblica Democratica del Congo, ma anche in alcune parti dell’Asia e dell’America Latina. Secondo un rapporto pubblicato nell’autunno 2012 da Oxfam, la quantità di suolo venduta o concessa in utilizzo negli ultimi dieci anni equivale ad un’area grande quasi sette volte l’Italia.

Il processo di land grabbing produce e stimola la concentrazione di terra nelle mani di una minoranza e, nei paesi in via di sviluppo, spesso causa un ulteriore impoverimento di grossi segmenti della popolazione locale, dovuto all’alienazione di risorse come alla perdita di diritti.

Tale fenomeno, in ogni caso, non riguarda soltanto il Sud del mondo, come dimostra una ricerca pubblicata dal “Transnational Institute (TNI) for European Coordination Via Campesina and Hands off the Land network” nell’aprile 2013. Lo studio rivela come pochi, grandi gruppi d’affari abbiano esteso il proprio controllo su fette sempre più consistenti di terreno europeo. Nell’Unione europea, ad esempio, solo il tre per cento delle aziende agricole supera i 100 ettari. Tuttavia, questa percentuale corrisponde alla metà di tutta la terra lavorata. Inoltre, nuovi attori hanno iniziato ad impossessarsi di appezzamenti, specialmente nell’Europa orientale. Un esempio è fornito da società cinesi che producono mais in Bulgaria, investimenti mediorientali in Romania e gruppi di interesse europei dediti ad acquisire terreni in altre aree del Vecchio Continente. In breve, il land grabbing (con la presenza di multinazionali e fondi sovrani stranieri) ha iniziato a diffondersi in Europa, spesso accompagnato dall’opposizione e dalle proteste delle popolazioni locali. Adesso si comincia a prestare attenzione al fatto che il fenomeno possa iniziare a toccare l’Europa occidentale.

Si consideri anche che i sussidi distribuiti nel quadro della Politica Agricola Comune hanno teso a supportare – come la ricerca del TNI mostra – la concentrazione di terra e ricchezza. Nel 2011 in Italia, ad esempio, lo 0.29 per cento delle aziende agricole ha avuto accesso al diciotto per cento degli incentivi della PAC. Di questi, lo 0.0001 per cento (cioè 150 aziende) ha ricevuto il sei per cento di tutti i sussidi. Nel 2009, in Spagna, il 75 per cento dei sussidi è andato al sedici per cento dei maggiori coltivatori.

Una delle principali ragioni dell’aumento di investimenti in terra può essere fornita dalla riduzione di suolo fertile sulla superficie terrestre. Secondo Beverley Henry stiamo perdendo approssimativamente 24 miliardi di tonnellate di suolo fertile ogni anno. Nelle regioni aride, ciò si traduce nella desertificazione di un’area di circa 12 milioni di ettari.

Circa un miliardo e mezzo di persone vivono già in aree erose e la maggior parte di queste è inclusa nel novero delle popolazioni più povere del Pianeta, le quali si trovano private della loro principale risorsa – la terra – dall’espropriazione straniera e dai processi di erosione che si verificano soprattutto come risultato dei metodi intensivi di lavorazione solitamente praticati dagli investitori esteri.

La fertilità della terra è stata uno dei temi principali di discussione durante la Settimana Globale del Suolo, svoltasi a Berlino a fine ottobre. L’erosione del suolo e la sua sostenibilità nella regione subsahariana hanno dato spunto ad un dibattito tra coloro che trovano accettabile l’utilizzo di certi fertilizzanti chimici e coloro che sostengono una decisa conversione all’agricoltura organica, come il WWF ed ONG quali Tanzania Organic Agriculture Movement. Molti governi africani supportano metodi affini alla prima opzione, sostenendo l’impiego di fertilizzanti minerali che offrono maggiori vantaggi produttivi nel breve termine rispetto ad approcci maggiormente sostenibili dal punto di vista ambientale ed economico. La domanda è se un tale indirizzo, magari conveniente sul momento, possa concretamente migliorare le condizioni di vita delle popolazioni povere sul lungo periodo.

Nel contesto globale, l’equilibrio tra risorse disponibili e crescita demografica costituisce un tema di attualità crescente. Il possesso di terra sta acquisendo nuova importanza. Il problema è che molti investitori internazionali vedono ciò, prima di tutto, come un’opportunità per fare soldi; obiettivo che troppo spesso non coincide con il benessere degli abitanti.

Angelo Tino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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